Comune di Roma, quel pasticciaccio brutto dei Punti Verdi

Il capo dell'ufficio di scopo Serra ha consegnato a sindaco assessore e direzioni una relazione esaustiva sulla vicenda partita nel 1995

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E finalmente arrivò  il giorno della verità sullo scandalo di Punti verdi qualità, ma questa storia, come tutte le crime fictions che si rispettano, la racconteremo a puntate seguendo lo screen player  del dottor Serra a capo dell’ufficio di scopo che ha recentemente consegnato a sindaco, assessore e direzioni competenti una relazione finalmente trasparente ed esaustiva. Una analisi puntuale che parte dal settembre 1995 quando fu approvato il «Bando per la creazione dei Punti Verdi di Qualità» che prevedeva l’affidamento in concessione «dell’attrezzaggio e della gestione» di aree abbandonate o dismesse in proprietà del Comune. Il bando prevedeva la facoltà  di presentare progetti «per la sistemazione e gestione del verde pubblico attrezzato su aree di proprietà comunale , con possibilità di gestione privata di un complesso articolato di servizi ed attrezzature a carattere ricreativo, culturale, commerciale.»

LE BUONE INTENZIONI DEL PROGETTO – Il fine di tutta l’operazione, come di solito accade, era buono e giusto rivolgendosi a quell’associazionismo (nero o rosso che fosse) sportivo e ricreativo diffuso sui territori, al quale veniva offerta l’occasione di fare impresa, sia pur agevolata e assistita. Fu così predisposta la graduatoria per 63 aree delle 75 mese a bando. Successivamente nel giugno del 1999 viene approvata la Convenzione tra il Comune di Roma, l’Istituto per il Credito Sportivo (successivamente commissariato) e la Banca di Credito Cooperativo, per la concessione di finanziamenti agevolati alla realizzazione dei Pvq con mutui garantiti da fideiussione  del Campidoglio. Si partì alla grande con 300milioni di lire e siccome parevano pochi con successivi incrementi si arrivò al  2009 quando, nella piena concordia di tutte le forze politiche, si aggiunsero altri 200 milioni (ma questa volta di Euro) sempre garantiti con fidejussione al 95%. Delle 63 aree assegnate a seguito del bando di gara attualmente risultano sottoscritte 29 concessioni e tutto pareva filare liscio sino a quando nel marzo del 2012 interviene la Procura della Repubblica che rilevando gravi anomalie sulla vicenda del Pvq di Parco Spinaceto fa arrestare gli imprenditori Dolce e Bernardini, il responsabile dei procedimenti architetto Volpe con la sua compagna, funzionaria dello stesso ufficio, Anna Maria Parisi finita ai domiciliari.

COSA SUCCESSE DOPO  – Parve allora si cominciasse a scoperchiare il maleodorante pentolone che anche la nostra testata aveva ripetutamente denunciato, ma tutto finì lì con il rinvio a giudizio degli accusati. I problemi invece rimasero tutti, anzi con l’amministrazione Alemanno si aggravarono perché da allora molti concessionari presero a non pagare più le rate del mutuo garantito da quella incredibile fideiussione. Così, tanto per tirare a campare e allungare il brodo (visto che le elezioni si avvicinavano), si decide di fare un pò di fumo  istituendo due o tre commissioni di scopo sui Pvq dalle quali i vari responsabili pensarono bene di dimettersi frettolosamente. E’ a quel punto  che Alemanno tenta di scaricare la patata bollente su Risorse per Roma che gentilmente declina per manifesta incompetenza.

MANCATI PAGAMENTI DAI CONCESSIONARI – Trascorre allegramente un altro anno in cui i concessionari continuano a non pagare. Sino a quando nel dicembre scorso i lavoratori del Pvq Kolbe, non pagati, si incatenano davanti all’assessorato all’Ambiente. Scatta l’allarme e l’assessore Estella Marino appena resasi conto delle dimensioni della faccenda, delega agli uffici lo screening della situazione. Arriviamo al dott. Serra e al suo rapporto con il quale oggi tocca fare i conti, in tutti i sensi. E cosa scopre il diligente funzionario? Intanto che «tutti i progetti sono carenti di rapporti di verifica ed atti di validazione» il che «potrebbe comportare delle sopravvalutazioni del valore delle opere e delle forniture previste dai progetti» perché tra l’altro verrebbe alterato «il reale incremento patrimoniale delle opere realizzate.» Ma c’è di più perché «le garanzie previste negli atti convenzionali sono state emesse da società non accreditate secondo le disposizioni del Codice dei Contratti e, talvolta , in stato di fallimento» per cui è impossibile «procedere alle escussioni delle stesse (garanzie) per mancato adempimento del concessionario.»

GROSSO DANNO AI CITTADINI E AL COMUNE – Che detto papale papale si tratta di una sola bella e buona ai danni del Comune e di noi contribuenti. Questo significa che «a fronte di un esposizione per oltre  250 milioni di euro, Roma Capitale non ha alcuna certezza che l’incremento del valore patrimoniale non sia notevolmente ridotto rispetto a quanto chiamato a rifondere.» Se ne deduce indirettamente che il valore del Pvq realizzati o in fase di realizzazione non riuscirebbe nemmeno a coprire l’ammontare dei mutui prodigalmente erogati dalle banche se il Campidoglio decidesse di riprenderseli. Ne consegue che per sanare una situazione, a dir poco marcia, occorrerebbe rivedere minuziosamente le bucce a  quanto sino ad oggi realizzato e a quanto ancora si va costruendo. Con tanto di cantieri ancora aperti in difficoltà perché la banca quando ha visto scappare i proverbiali buoi ha stretto i cordoni della borsa anche se qualche fortunato i soldi per lo stato avanzamento lavori li ha visti sino allo scorso anno. Individuata la piaga il chirurgo impietoso dovrebbe provvedere a ripulirla immediatamente, ma l’operazione non sarà affatto semplice anche se qualche cerotto si sta già rimediando come vedremo. (segue)

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