La Raggi esulta per il concordato Atac, l’opposizione abbozza

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Virginia Raggi (foto Paolo Pizzi)
Virginia Raggi (foto Paolo Pizzi)

“I creditori hanno approvato a maggioranza il piano per il concordato di Atac, di questi i creditori privilegiati prendono il 100% (191 milioni) entro un anno. Entro 3 anni gli altri incasseranno il 31% del loro credito (180 milioni). Il restante 69% da subito sarà coperto da titoli del valore nominale di 400 milioni, incassabili dal 2022 fino al 2036”.

Così ha spiegato  in un’intervista al Corriere della Sera il presidente e direttore generale dell’Atac, Paolo Simioni, il quale fa notare che i 500 milioni dovuti al Comune di Roma “sono in coda agli altri”. Un po’ un vuoto a perdere perché quei soldi sono dei cittadini che da oltre 10 anni finanziano il disastro di Atac.

 Grazie alla drittata della sindaca Raggi di prorogare il contratto di servizio alla municipalizzata sino al 2021, dal 2022 il Comune potrebbe mettere a gara il servizio, e “il piano, prosegue Simioni,  è adattabile anche a questo scenario. Chi succedesse a Atac dovrebbe pagare subito il subentro – evidenzia il presidente -. Il che vorrebbe dire che i creditori non dovrebbero più neanche aspettare il 2036 per vedersi rimborsati”. 

Insomma chi vincesse la gara si dovrebbe cuccare pure i debiti il che rende ampiamente improbabile che qualcuno vi partecipi.

Eppure di fronte al disastroso andazzo dei mezzi pubblici non manca chi si esulta e plaude. La sindaca, ad esempio, che canta vittoria sulle macerie Atac che ”resta dei cittadini. Presto 600 nuovi bus e lavori metro. Salviamo 11 mila posti di lavoro. Conti in regola, multe a chi non paga biglietti e rilancio trasporto pubblico”. 

Sintetico libro dei sogni alimentato da annunci come ormai costume di questa amministrazione dopo due anni e mezzo di governo cittadino. 

Ci mancava anche l’opinione del ministro Toninelli che parla di “un grandissimo risultato per Roma e l’Italia intera. L’azienda non è finita in pasto ai privati come le autostrade o gli aeroporti”. Che la dice lunga sulla pulsione grillina di nazionalizzare tutto quanto, banche comprese.

Da sinistra fa eco un altro nazionalizzatore ideologico, Stefano Fassina, eletto in quello che fu Liberi e Uguali e per il quale dopo la bocciatura del referendum del novembre scorso, esistono  “le condizioni necessarie per la profonda riorganizzazione e il rilancio dell’azienda” ma  non sono sufficienti perché manca “un adeguato piano industriale” quindi anche  “la Regione e il governo nazionale devono fare la loro parte in termini di programmazione e di risorse”.

Nella sostanza continuare a cacciare soldi dei contribuenti.

Sotto sotto gode anche il Pd,  corresponsabile del decadimento di Atac nei suoi decenni di governo e comunque arroccato su quel po’ di potere che in azienda resta ai sindacati.

Fra le poche voci critiche citiamo il solitamente polemico  deputato del PD Michele Anzaldi per i quali  i festeggiamenti di Raggi, Grillo e del Movimento 5 stelle dopo il concordato “sono imbarazzanti” perché “centinaia di milioni di euro di debiti viene scaricato sulle aziende fornitrici, che perdono il 70% del loro credito nei confronti della municipalizzata e lo rivedranno, forse, tra qualche decennio”. 

Della stessa opinione Stefano Pedica del Pd, perché l’esultanza della Raggi “ricorda molto quella di Luigi Di Maio&co dal balcone di Palazzo Chigi. Una sceneggiata che sappiamo come e’ finita”. Inoltre  “Raggi non dice che i creditori di Atac perderanno il 70% dei loro soldi e forse li vedranno tra una decina di anni – sottolinea Pedica -. Questo significa che l’indotto pagherà un prezzo altissimo e che ci saranno gravi ricadute a livello occupazionale, sopratutto nelle piccole imprese”.

A ben vedere un concordato giudiziale che è comunque una procedura prefallimentare, anziché creare eccitazione propagandistica dovrebbe far riflettere sul futuro della municipalizzata dei trasporti più disastrata d’Europa.

Giuliano Longo  

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