Per Salvini chiude il “Cara” di Castelnuovo e si risparmia, ma non è vero

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Il Cara di Castelnuovo di Porto (Centro di accoglienza dei rifugiati), il secondo più grande d’Italia dopo quello di Mineo, nel giro di pochi giorni sarà chiuso. Tutti i migranti verranno sistemati in altre regioni d’Italia e distribuiti non si sa bene in quali strutture. 

Messi per strada da un giorno all’altro anche i circa 150 immigrati titolari di protezione umanitaria che, per effetto del decreto Salvini non potendo più ambire a passare in uno Sprar, perdono anche il diritto alla prima accoglienza. 

Cinquecento “anime morte” che si aggiungeranno alle oltre 3.000 di Mineo se verrà deciso di chiudere anche la struttura siciliana con un ulteriore risparmio, secondo il ministro, rispetto ai 6milioni che verranno risparmiati con la chiusura di Castelnuovo.

Balla spaziale perché questi migranti dovranno pure venire allocati da qualche parte, a spese del contribuente, a meno che non li si mandi per strada ad accantonare e delinquere con grande soddisfazione di tutta la destra criptorazzista. Ma il “truce” è uomo di parola anche perché sui negher si sta giocando tutta la sua credibilità, e comunque già aveva annunciato subito dopo le elezioni del 4 marzo, di voler dare “una bella sforbiciata ai 5 miliardi” che sarebbero impiegati ogni anno per l’accoglienza. 

L’11 giugno scorso EUnews testata in italiano con sede a Bruxelles, cercava  di fare chiarezza sui numeri precisando che quando il “truce” parlava di “5 miliardi di euro”, faceva riferimento alle cifre contenute nel Documento di economia e finanza (Def). Il 26 aprile, il governo Gentiloni uscente aveva approvato il Def del 2018, che però non conteneva la parte programmatica sulle riforme, compito del nuovo esecutivo. 

Il documento evidenziava il calo degli sbarchi avvenuto nel 2017, che era il risultato di alcune misure introdotte da Minniti, come la creazione degli hotspot per identificare i migranti, gli accordi con la Libia e introduzione del codice di condotta per l’Ong. Ma al calo degli arrivi non corrispondeva un calo delle presenze nelle strutture per l’accoglienza. Al 3 aprile 2018, il numero di migranti accolti era di 174mila unità. Di questi, circa 139mila in strutture temporanee; quasi 10mila nei centri di prima accoglienza; oltre 25mila negli Sprar e quasi 500 negli hotspot.

Nel 2018, la spesa prevista per l’accoglienza dei migranti oscillava quindi tra circa 4,7 miliardi di euro e 5 miliardi di euro, ossia i numeri citati da Salvini. Di questa cifra, però non tutto è stanziato per l’accoglienza, ma il 68,4%, circa 3,4 miliardi di euro. Il restante 31,6 per cento è suddiviso per il soccorso in mare (il 18,9 per cento della spesa) e per l’istruzione e la sanità (il 12,7 per cento).

Il Def 2018 riportava che i contributi previsti dall’Unione europea per la crisi dei migranti in Italia erano di circa 80 milioni di euro. Insomma, rispetto ai 5 miliardi di euro, la partecipazione economica dell’Ue alle spese sostenute dal nostro Paese è molto limitata, addirittura più bassa dei 91 milioni di euro indicati nel 2017.

Salvini ha quindi ragione nel quantificare la spesa intorno ai 5 miliardi di euro, ma più sfumata è la questione di quanti soldi ci arrivino dall’UE, perché se è vero che il contributo diretto europeo è molto limitato in rapporto al totale, è anche vero che l’Italia non conteggia le spese per i migranti nel computo del debito e del disavanzo pubblico, perché l’Unione Europea le riconosce come straordinarie.

La Germania spende 21,7 miliardi di euro, di cui 7 destinati solo alle spese nei Paesi d’origine dei migranti. L’emergenza dei profughi in arrivo costa ai tedeschi mezzo punto percentuale del loro Pil. Sul capitolo «rifugiati» la Merkel ha puntato più della metà di tutto quel che investono complessivamente i 15 Paesi dell’Unione europea che hanno aperto le loro porte ai richiedenti asilo, cioè 37 miliardi di euro.

Se si rapportano le cifre al Pil dei vari Stati europei in testa balza la Svezia che investe 4,7 miliardi, l’1 per cento del suo prodotto interno lordo. 

Quanto alle spese in questo settore fra i paesi Ue, figurano fra i più munifici (circa un miliardo e mezzo) l’Olanda (0,23% del Pil) e la Francia, con 1,3 miliardi. Ma Parigi di migranti non ne ha ricevuti molti e spende pochissimo al confronto degli altri, lo 0,06% del Pil. L’Austria ha destinato 1 miliardo all’emergenza nel 2016. La Finlandia 789 milioni (0,37% del Pil), seguono Belgio e Spagna  da ultimo Irlanda, Croazia, Lussemburgo, Repubblica Ceca e Cipro, con qualche milione di stanziamento.

Fin qui abbiamo parlato di solo di danè e non di “anime morte”, ma indubbiamente sui 5 miliardi per l’accoglienza si è giocato un grosso business che vede coinvolte cooperative e amministrazioni locali. 

Ad esempio su Castelnuovo aveva messo gli occhi anche la Eriches di Buzzi che per mesi sollevò polemiche sulla ri-attribuzione dell’appalto nel 2014 alla società francese Gepsa, che peraltro gestisce anche le carceri Oltralpe. Mentre a Mineo ci lavora mezza popolazione di quel paese in provincia di Catania.

È evidente, per assurdo, che per risparmiare 5 miliardi che l’Europa ci scomputa dal bilancio e quindi dal patto di stabilità, è sufficiente eliminare il problema dell’immigrazione e non potendo ipotizzare come Trump un muro da 5,5 miliardi di dollari, è giocoforza far morire la gente per mare, almeno sinché non si accorgono che forse è meglio restare a casa loro. Che è poi il discorso che sta sotto sotto alle scelte di questo governo nonostante i timidi strilli grillini. Rimane poi il problema di quelli che a vario titolo sono già immigrati in Italia (600mila?).

Fallito il day after del truce che voleva riportarli a casa tutti con un esodo aereo di almeno 20 anni (data nella quale il truce sarà solo un ricordo) non resta che tenerseli, se possibile facendoli morire di fame e comunque suscitando il giusto sdegno di quei benpensanti, elettori di Lega e Cinque Stelle, stanchi di vedersi girare da torno negri nullafacenti.

Insomma “la soluzione finale”,  meno cruenta di quelle praticate sino al 1945, è a portata di mano.

Giuliano Longo

 

 

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