Lo stanco rito del congresso Pd da domani all’Ergife in attesa delle primarie del 3 marzo

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Si riunisce domani a Roma la Convenzione nazionale del Partito democratico, che non decide niente, ma alle 10.30 all’Hotel Ergife ufficializzerà i dati definitivi della conta tra gli iscritti. Sono state 5.500 le votazioni nei circoli, che hanno visto partecipare circa 190mila iscritti, poco più della metà degli aventi diritto. 

I risultati sono quelli già comunicati con Zingaretti al 47,95%, Martina al 36,53% e Giachetti all’11,23%. Restano fuori dalle primarie Francesco Boccia (2,91%), Maria Saladino (0,71%) e Dario Corallo (0,67%).

Stamane la stampa amica pubblicava che Del Rio, ex fedele di Renzi e sostenitore di Martina, si sarebbe pure accontentato di un milione di partecipanti alle primarie del 3 marzo, dimenticando di dire che Renzi da solo aveva preso un milione e 200mila voti contro gli scarsi 800mila dei suoi avversari, Orlando e e il governatore della Puglia che da persona coerente quale è, nel gennaio del 2017 parve aderire alla cordata degli scissionisti Bersani/ D’Alema affascinati dalle chances dell’ex sindaco di Milano Pisapia, futuro leader della sinistra sinistra sinistra, che li prese per i fondelli per quasi un anno.

Amen, i paraculi sono il sale della politica.

Oggi le cose sono cambiate. Il Pd, dopo le politiche del 4 marzo scorso, arriva sì e no al 18% dei consensi, Leu di Grasso quasi scompare e la lista alleata della Bonino nemmeno raggiungerà la soglia per entrare al Parlamento Europeo.

Però c’è Calenda che annuncia di poter cuccare addirittura il 30% dei consensi con la sua lista europeista tipo ammucchiata a sinistra e centro compreso Berlusconi.

Eppure il Pd prosegue nei suoi stanchi riti come se oggi il duo comics Salvini/ Di Maio non avesse il consenso del 60% degli italiani.

Domani prenderanno la parola i tre candidati ammessi alle primarie, seguirà il dibattito, (“no, il dibattito no”,  ci pare che esclamasse il borgataro in canotta nel film di Moretti ecce Bombo dopo la deserta piece teatrale un sacco alternativa). 

Qui all’Ergife abbiamo a che fare con la crème del Pd, l’èlite ex governativa con le  amministrazioni locali, le coop, forse il sindacato, anche se ci pare che Landini la pensi diversamente e vada per un altra strada di movimento.

Mille i delegati attesi nella Capitale, distribuiti sulla base delle percentuali ottenute dai singoli candidati suddivisi tra le varie regioni secondo due criteri: il numero dei voti presi dal Pd alle politiche del 2018 e la media degli iscritti negli anni 2016-2017.

Che da questa assemblea scaturiscano i temi veri della svolta Pd per evitare l’estinzione abbiamo molti dubbi, anche se questo congresso e le primarie Pd, valgono molto di più di qualche migliaio di sciamannati che crede che la piattaforma Rousseau, del furbacchione Casaleggio Junior, sia il top della democrazia partecipata. E anche l’ormai governativo Marco Travaglio del Fatto quotidiano (forse 60mila copie di vendita in tutta Italia) sembra esserne convinto.

Semmai qualcuno ci dovrebbe spiegare (ma siamo molto ignoranti) quali sono le differenze politiche fra Zingaretti, Martina e Giachetti i quali ultimi due, alla fin fine sono la longa manus di Renzi che controlla metà del partito.

Segato Zingaretti (tradimento, tradimento!) su una sua eventuale futura apertura ai 5stelle ormai cannibalizzati da Salvini, i misteri sulle prospettive politiche (non dico strategiche, ma almeno di breve periodo) del Pd rimangono oscuri anche se Zingaretti insiste che bisogna cambiare, svoltare, rigenerare, ma de che? 

Giuliano Longo

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