Verso le elezioni europee con un PD “liquido” e la Lega “solida”

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Senza simbolo si vince, almeno è questa la vulgata che si va diffondendo nel Pd  dopo le elezioni in Abruzzo che hanno visto il renziano ed ex vice presidente del Consiglio superiore della magistratura Legnini, arrivare secondo dopo il meloniano Marsilio  con quasi il 32% dei consensi raccolti con ben 6 liste. 

Il Pd per parte sua raggranella un poco esaltante  11% penalizzato da questo mosaico di liste civiche che tuttavia un risultato a sinistra, dopo tante batoste, l’hanno pure portato.

Ma pare proprio che il simbolo dei Democratici porti  sfiga se anche Nicola Zingaretti correrà alle primarie del 3 marzo con un manifesto e un volantino dove il logo del Pd non ci sarà…. si sa mai che qualcuno abbocchi e pensi che Zingaretti venga da un altro pianeta.

D’altra parte lui, il governatore del Lazio, è ormai lanciato nella sua “Piazza Grande” che, almeno teoricamente, dovrebbe superare le divisioni partitiche fra i progressisti.

Oddio, il suo vice Smeriglio, già PRC e Sinistra Italiana, dà per scontato che la piazza si allarghi alla sinistra sinistra e viene in parte smentito dal suo presidente.

Che poi non si capisce perché molti piddini Liberi e Uguali, in crisi nera, nel “campo largo” di Zingaretti non ce li vogliano proprio, anche se in qualche modo,  gli hanno dato una mano a vincere le regionali del 4 marzo.  

Questione tutto sommato di lana caprina perché tanto molti dei superstiti di LeU alle primarie ci andranno e voteranno per il governatore del Lazio che ha già la vittoria in tasca.

Tuttavia il cauto Nicola non si vuole fare impallinare dagli avversari Martina e Giachetti soprattutto su una apertura a sinistra, ma ancor più su un futuro dialogo con i grillini che tutti, o quasi, nel Pd vedono come la peste bubbonica.

Quindi alle primarie, che vengono ritenute un successo se arriveranno al milione di votanti contro i due delle precedenti che hanno incoronato Renzi, ci si arriva senza capir bene (ma siamo noi ignoranti) quali siano le differenze politiche, di contenuti e strategie fra Martina e Zingaretti, mentre Giachetti (già trombato come sindaco di Roma) fa il pasdaran di Renzi esaltando i risultati di un governo che è stato punito dagli elettori.

Il quale Renzi diventa scrittore e per ora rinuncia a farsi il partito su misura anche perché ci vogliono fior di soldoni che oggi è difficile trovare.

Insomma, tutti vogliono rinnovare, cambiare, superare ecc. ma non pare che nei congressi dei circoli cui ha partecipato meno del 50% degli iscritti, di contenuti si sia discusso gran che.

Amen, passiamo ad altro 

Invece la novità di questi ultimi due giorni è che il PD ha aderito al Manifesto “Siamo europei” lanciato dell’ex ministro e da poco iscritto al partito, Carlo Calenda.

Il presidente Matteo Orfini, a nome dei 3 candidati alle primarie, ha sottoscritto la proposta di una lista unitaria di tutti i progressisti/europeisti alle elezioni di maggio. 

Ma anche qui (con il simbolo o senza) cominciano i dolori perché il duo Giachetti/Ascani  hanno già detto ”no” ad una coalizione modello Unione, e soprattutto al “ritorno a casa” dei fuoriusciti di Leu. 

Calenda gongolante per il sudato risultato, ha sottolineato che l’adesione al listone comporta la condivisione dei contenuti e soprattutto l’impegno a fare una lista unitaria per le Europee del 26 maggio. 

E qui ci sarà da ridere perché in linea di principio sono d’accodo tutti, ma nel Pd già c’è chi vorrebbe una lista in cui tutti i candidati eletti poi vadano a Strasburgo nel gruppo dei Progressisti.

Mentre  Calenda si rivolge anche a +Europa, Verdi, Italia in Comune di Pizzarotti che insieme alla Bonino ha già detto di no al listone,e altri vorrebbero riesumare la Lorenzin e  Casini che poi andrebbero con il Ppe.

Si vedrà dopo il 3 marzo, ma ci si consenta un’ultima considerazione. 

E’ evidente che ormai il Pd comincia a diventare un ostacolo all’allargamento di una area democratica anti sovranista, allora, ci chiediamo,  perché menare tanto scandalo quando il presidente del Pd Matteo Orfini nel settembre dello scorso anno propose di sciogliere e rifondare il partito?

Di fatto, ad oggi, più che alla rifondazione o allo scioglimento ci si avvia verso il “superamento” con forme di aggregazione politica ancora indistinte e che mantengono vive tutte le divisioni tradizionali della sinistra.

Divisioni in campo progressista che hanno contribuito ala sconfitta, della quale non abbiamo ancora visto un straccio di analisi credibile.

E ancora: le elites sono in crisi e i partiti tradizionali sono stati spazzati via dall’onda sovranista  e populista. Allora come ci si spiega che la Lega con più di 20 anni al governo, sia invece un partito addirittura dalle salde connotazioni leniniste? 

Tutto merito del Truce oppure Salvini ha potuto partire anche da un solido radicamento territoriale (almeno al Nord), mente nel Pd si rottamava a tutto spiano e gli inutili circoli chiudevano?

Vedremo alle europee perché un Abruzzo può far primavera o viceversa.

Giuliano Longo

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