Al San Carlo di Napoli “I Pagliacci” di Leoncavallo fra bel canto e funambolismi

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Di pagliaccesco nella rappresentazione al San Carlo di Napoli de “I Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo, c’è ben poco, a partire da una curiosa inversione per cui il coro rappresenta un pubblico di clown, mentre i personaggi maschili, a partire dal Prologo si presentano in frac e cilindro.

Ma ancor più sorprendente è la scenografia fra canti, suoni, luci e costumi, acqua e acrobazie. Verticali, sipari in trasparenza e tanto altro ancora che attribuisce un particolare fascino emotivo ad un’opera che di per sè già gioca fra finzione e realtà. 

L’edizione attuale de i “Pagliacci” fu presentata otto anni e mezzo fa dal fantasista e regista prestato alla lirica Daniele Finzi Pasca per il Teatro San Carlo di Napoli, in collaborazione con la Fondazione Campania dei Festival.

Oggi è tornata al successo di pubblico con la stessa regia e un diverso cast, a partire dal direttore dell’orchestra Philippe Auguin, con Julie Hamelin Finzi (moglie di Daniele) quale creative associate, ottime le soluzioni sceniche di Hugo Gargiulo con acqua, cromie affascinanti e luci perfette. Le coreografie di Maria Bonzanigo sono state curate nella versione acrobatica dall’assistente alla regia Paolo Vettori, notevoli i costumi di Giovanna Buzzi e il make up della designer Chiqui Barbè. 

Parlavamo del pagliaccesco assente in quella che è una drammatica vicenda nell’ambiente del circo, ebbene in questa rappresentazione le parrucche, i nasi finti, le scarpe smisurate vengono sostituiti da acrobazie da trapezi per certi versi da una sorta di ginnastica artistica, spesso sospesa, che accompagna tutto lo spettacolo.

Per quanto riguarda l’esibizione vocale il tenore Antonello Palombi, interprete più applaudito, rappresenta i tormenti di Canio, Nedda è il soprano Maria José Siri, Silvio è rappresentato del baritono Davide Luciano e l’infido Tonio da Lucio Gallo baritono, di buon volume e prestanza scenica. Buona la prova del tenore Alessandro Liberatore per Peppe-Arlecchino e dei due Contadini, Mario Todisco e Giuseppe Scarico. Sorprendenti gli acrobati della Compagnia Finzi Pasca

Ritornando allo spettacolo dove si intrecciano competenze e professionalità  di artisti, tecnici, assistenti ed acrobati, l’opera si apre scenicamente con un velario centrale rosso che rappresenta Leoncavallo al pianoforte, immagine che separa uomini, saltimbanchi e personaggi di una storia vera  di sangue avvenuta in Calabria. 
I protagonisti maschili in frac, Nedda in abito fiorato  sullo sfondo la folla del Coro di clown, spettatori del dramma, dai costumi su fondo bianco-latte con gillets brillanti e magnifici acrobati in nero che si esibiscono in funamboliche performance spesso senza rete, fra piatti, cerchi e trapezi, come di un teatro soppeso per aria mentre sul finale compare l’acqua che viene scalciata da acrobati e personaggi. Non mancano i simboli che preludono al drammatico finale, come le strisce del sangue, di sola luce sul fondale nero e nei nastri delle acrobate-attrici abbattute una per una  al suolo e in sequenza unitamente all’uxoricidio.

Va infine segnalato che anche per questa rappresentazione il San Carlo ha ospitato gli studenti delle medie superiori, un modo serio per fare educazione musicale in una città che anche di musica vive.

Giuliano Longo

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