Terremoto, il sindaco Pirozzi non lascerà «spegnere i riflettori su Amatrice»

«Quando sono uscito di casa e non c'era più la porta storica dell'ingresso di Amatrice, che era del 1400. Quando cade la porta storica è segno di tabula rasa»

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Lo abbiamo conosciuto personalmente Sergio Pirozzi il sindaco balzato alle cronache per la devastante tragedia di Amatrice e di altri paesi circostanti. Un omone dal piglio sicuro che negli anni si è dato molto da fare per il Comune del quale è stato sindaco sin dal 2009 per venir rieletto nel maggio del 2014. 

Allenatore professionista di calcio “Uefa B” fra i risultati del suo lavoro vanta i successi con l’Amatrice Calcio che dalla Seconda Categoria arriva fino in Promozione, le esperienze storiche di Ostia e Soriano nel Cimino, la guida del Rieti che riporta nei professionisti dopo 62 anni e l’esperienza con l’Ascoli Calcio dove vince il girone di Primavera. 

Quest’anno avrebbe guidato per il terzo anno di fila il Trastevere, il secondo in Serie D, dopo la promozione del 2015 e la salvezza ottenuta nello scorso campionato. Ora il sogno sportivo si allontana perché, come ha dichiarato, non può abbandonare la sua comunità.

Nato ad Ascoli Piceno nel gennaio del 1965 non è personaggio schivo dalle polemiche che in questo momento ha deciso di evitare. Come quando la Regione decise di tagliare l’ospedale di Amatrice per “riconvertirlo” Casa della Salute. Allora si ventilò l’ipotesi di un referendum popolare per il passaggio di Amatrice dal Lazio alla Regione Abruzzo proprio per vanificare l’ipotesi di questo taglio.

Poi ci fu una sorta di riconciliazione con il presidente Zingaretti che proprio l’anno scorso di questi tempi partecipò alla tradizionale festa della pasta alla “amatriciana” che Pirozzi ha rilanciato in questi anni quale momento di attrazione turistica. Oggi è prostrato il sindaco Pirozzi, ma instancabilmente presente anche se è convinto che il numero dei 190 morti registrati nel suo Comune debba drammaticamente aumentare.

Ancora stamane parlando a una radio privata affermava «forse ho avuto la fortuna, nel momento della disgrazia, di dire che il paese non c’era più, che avevamo bisogno di aiuto. Lì si è messo in moto un meccanismo straordinario, sono arrivati nel giro di 20 minuti i primi vigili del fuoco e lì si è messo in moto tutto».

Poi un flash, un ricordo doloroso «quando sono uscito di casa e non c’era più la porta storica dell’ingresso di Amatrice, che era del 1400. Quando cade la porta storica è segno di tabula rasa. E infatti il paese non c’è più». Sugli aiuti Pirozzi è chiaro «a costo di essere sfacciato, voglio essere sincero. Di generi alimentari ne stanno arrivando tantissimi, c’è il rischio che il cibo vada sprecato e questo non deve accadere. In questo momento, oltre alla solidarietà umana, e ce n’è tanta, di contributi economici. Qui non c’è più niente».

Perché  bisogna pensare alla ricostruzione di Amatrice «dove non c’è più un’attività commerciale, non c’è più niente. Servono soldi». Infine ha fatto sapere che la situazione dell’hotel Roma si è chiarita «sono riuscito a parlare a mezzanotte con i proprietari, che erano in ospedale, e alla fine è emerso che all’Hotel Roma alloggiavano 32 persone, non 80 come si pensava all’inizio. Ne hanno tirato fuori 4, ora potrebbero essercene altri 2. Il resto o sono morti o sono feriti».

Pirozzi ha incontrato il premier Renzi e gli ha detto «sono un allenatore di calcio e che non mollo. Lui mi ha detto che questa è una sfida importante per l’Italia. Amatrice deve vincerla. Da ieri sera porto la felpa con su scritto Amatrice. È la prima cosa che ho tirato fuori da casa quando ho abbandonato la mia abitazione». Poi ha suggerito al presidente del Consiglio di indossare una felpa la scritta “Italia”, perché questa è una grande sfida per tutto il Paese. «Il nostro cuore è spezzato – ha aggiunto – pensiamo a tutti quelli che qui hanno investito, con passione, sia politica che economica, e poi in dieci secondi hanno visto svanire tutto. Ma nessuna notte è tanto lunga da poter impedire al sole di risorgere. Per questo lo dico a voce alta, risorgeremo. Sono un uomo di montagna, non permetterò che su di noi si spengano i riflettori».