London Afloat, il cortometraggio di Gloria Aura Bortolini sulla comunità di canale Regent

Su oltre tre mila barche – le famose Narrow boat - vivono persone di ogni genere e nazionalità, che si sono spostate dalla City a causa dei costi esorbitanti

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Gloria Aura Bortolini
Gloria Aura Bortolini

Londra. Cosa accomuna un chirurgo, un attore, uno scultore, un’acrobata e un avvocato? Acqua e legno. Nella terra d’Albione esiste una comunità meravigliosamente estemporanea che ha deciso di conquistare un braccio d’acqua lungo 14 chilometri, il canale Regent. Per necessità. Oltre tre mila barche – le famose Narrow boat –  sovrastano il figlioletto del Tamigi, dove persone di ogni genere e nazionalità si sono spostate dalla City a causa dei costi esorbitanti e non senza difficoltà. Basti pensare ai problemi legati al riscaldamento o all’umidità.

Questa comunità è stata studiata, ripresa e descritta da Gloria Aura Bortolini in maniera pura e senza veli. Una nuova società – se vogliamo una società hippie 2.0 – messa abilmente a confronto con chi i denari li ha, ma preferisce comunque vivere sulle acque del fiume londinese. In porti comodi e pieni di servizi. Gloria Aura, grazie al suo reportage, ha anche vinto diversi premi cinematografici per aver mostrato un particolare dialogo multiculturale. London Afloat – questo il nome del cortometraggio – può anche essere visto sull’omonima pagina Facebook.

Come è nata l’idea di girare London Afloat?
«È stata una sorpresa scoprire questa realtà. Ne sono venuta a conoscenza quando sono andata a vivere lì, in una casa proprio sul canale Regent. Così mi sono incuriosita e mi sono informata. Chi vive lì deve spostarsi con la barca ogni 2 settimane».

Quante barche e porti ci sono?
«Sono circa tre mila barche, ci sono anche dei porti ma sono pochi. Le barche si chiamano Narrow baot e sono fatte apposta per passare nei canali inglese, ci sono anche altri modelli. Tipo i modelli olandesi o francesi».

Cosa le ha colpito particolarmente di queste persone?
«Mi ha colpito molto lo spirito di collaborazione e di senso di comunità, rispetto alla vita a Londra che invece è di solitudine, dove tutti si fanno gli affari loro. C’è un aiutarsi reciproco, lo chiamano il villaggio più lungo d’Inghilterra. Come se fosse un piccolo borgo».

london Afloat

Nel reportage intervista un francese, ci sono anche altre nazionalità?
«È una comunità molto variegata, rispecchia la popolazione londinese. Ci sono persone da tutto il mondo. Inizialmente era partito come londinese, ma ora è uno stile di vita. Ci sono spagnoli, italiani e olandesi».

Il tema del periodo è l’immigrazione, potrebbe essere canale Regent una destinazione per loro?
«Il canale ora sta diventando sempre più affollato e il governo cerca di limitare questo fenomeno, quando ho fatto il documentario stavano facendo proteste intense, per continuare a vivere sul canale. Il British Waterway stava mettendo un tetto per le persone che vivevano sul canale».

Lei ha abitato per molto a Londra. Con la Brexit gli abitanti di Regent torneranno nelle loro case, o il canale acquisterà nuovi inquilini?
«Questa è una domanda da un milione di dollari. Il fenomeno è correlato al prezzo delle case, finché c’è questa bolla speculativa c’è una tendenza naturale a trovare alternative. È una vita anche scomoda, se trovassero soluzioni alternativa per prezzi, considererebbero anche questa alternativa».

Gli abitanti di canale Regent cosa chiedono?
«Chiedono di poter essere riconosciuti come residenti e quindi di avere una membership e servizi come acqua ed elettricità. E non dover spostare questa barca».

In Italia sarebbe possibile immaginare una comunità del genere, magari a Roma?
«Dovrebbe nascere una comunità anche in Italia, con tutte le opportunità che abbiamo fra acque e fiumi. Ma ci sono, immagino, limitazioni burocratiche e permessi. So solo di una famiglia a Venezia che ha trasformato un vaporetto in un’abitazione».

Lei vivrebbe in una comunità del genere?
«Diciamo che ho passato tanto tempo mentre filmavo perché ero dentro le varie barche, però non mi sono mai trasferita, né ho avuto lo slancio di vivere in una barca. Ci vuole molta praticità o manualità, non me lo sentirei di vivere così».

Quali sono i prossimi impegni?
«Adesso sto girando un documentario sul corpo degli alpini e sull’adunata che fanno a Treviso per il centenario della Grande Guerra. Sono impegnato in questo progetto. E sto scrivendo una sceneggiatura per una fiction».

Alessandro Moschini