Elezioni Roma, Sel rispetta le tradizioni: spaccata sulla candidatura di Fassina

Dopo l'annuncio prima di Natale una parte di Sel Guidata da Gianluca Peciola vorrebbe l'accordo con il Pd

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Aveva aperto le danze l’ex capogruppo capitolino di Sel Gianluca Peciola che evidentemente ispirato dal vice presidente della Regione Lazio Smeriglio, ha dimostrato un certa apertura verso il Pd per le prossime elezioni comunali. In fondo l’appello all’unità era venuto proprio dallo stesso commissario romano di quel partito, Matteo Orfini, che sul Manifesto  aveva proposto di nuovo l’alleanza con Sel, ormai costituenda Sinistra Italiana. Così Peciola si è inventato una consultazione della ‘sinistra sinistra’ con un pezzo del Pd.

Ipotesi curiosa visto che l’alternativa è molto più semplice: o ci si allea con il Pd oppure no. Il fatto è che Stefano Fassina, fresco di migrazione dal gruppo parlamentare del Pd e padre costituente di Sinistra Italiana, la sua candidatura per Roma l’aveva già avanzata in accordo con i vertici di Sel. Almeno si presume, leggendo le dichiarazioni di Nicola Fratoianni e del segretario cittadino di Sel Paolo Cento i quali sbattono la porta dichiarando: «Siamo alternativi al Pd renziano». Rendendo così palese una spaccatura secondo la regola, storicamente acclarata, che a sinistra è sempre meglio dividersi che unirsi. La questione è di carattere nazionale perché il Pd rischia di andare da solo, oltre che a Roma, in altre realtà locali.

Ma il vero problema è nella Capitale dove alcuni sondaggi prenatalizi davano il partito di Renzi al 19,7%, Movimento 5Stelle al 31,8% e soprattutto Sel al 2,6% con il rischio di non portare alcun candidato in aula Giulio Cesare per la prossima sindacatura. Prospettiva che non rallegra certo gli eletti con Marino chiaramente sdraiati sulla linea di Smeriglio probabilmente sollecitato da Nicola Zingaretti che con quella maggioranza governa la Regione. E’ pur vero che alle comunali, già fissate da Renzi per giugno, conteranno molto anche i nomi dei candidati a sindaco. Problema che non preoccupa granché il Movimento di Grillo che punta sulla solita ristretta consultazione on line. Il Pd punterebbe sul vice presidente della camera Roberto Giachetti, poco noto a Roma. Poi a destra c’è Giorgia Meloni che fa la “signorina Tintimiglia” (che tutti la vonno e nessuno se la piglia) la quale glissa sulla sua candidatura, peraltro supportata da numerosi ex esponenti dell’era alemanniana, che non è un buon viatico.

E ancora Forza Italia, con Berlusconi e Tajani che gradirebbero Alfio Marchini, il quale fra una citazione e l’altra di Gramsci per ora gioca coperto e non vuole etichette. Anche se non disdegnerebbe di arrivare al ballottaggio magari con i moderati del centrodestra nella speranza che parte dell’elettorato Pd possa confluire sul suo nome evitando l’avvento dei ‘barbari’ di Grillo. Una sorta di union sacrèe alla Francese non impossibile con un astensionismo del 40% al primo turno.  Insomma, una grande confusione regna sotto i cieli capitolini fra la diffusa indifferenza dei cittadini che per ora si attendono qualcosa di meglio dal decisionismo del commissario Tronca.

Indubbiamente l’inchiesta del procuratore capo Pignatone ha sbaraccato il sistema politico romano indebolendo, se ce ne fosse bisogno, la credibilità dei partiti, ma soprattutto i loro tradizionali meccanismi di consenso e sei mesi non bastano per chiudere i varchi al malcontento dilagante. Quanto poi alla fola, accreditata da alcuni giornaloni romani, che i grillini (sotto sotto) non vogliano vincere, abbiamo seri dubbi. Pretattica del Pd, si direbbe in termini calcistici. Loro, i grillini, non puntano sul candidato, ma vogliono vincere per dare uno scossone al Governo Renzi, nonostante l’apparente indifferenza del premier al risultato delle amministrative. Per di più il M5Stelle avrebbe almeno due anni di tempo per assaporare i frutti amari del governo di una Capitale ad oggi ingovernabile.

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