Intervista a Michele Azzola segretario dell Cgil: «Senza investimenti Roma non decolla»

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Tutti insieme appassionatamente da Calenda martedì prossimo, Comune, Regione, Sindacati, parti imprenditoriali si raduneranno al capezzale di una Roma agonizzante. L’iniziativa del ministro non è che nell’immediato abbia suscitato entusiasmi deliranti, un po’ perché lanciata senza aver consultato preventivamente il Ministero di Padoan già alle prese con i debiti di Roma, un po’ perché a sinistra qualcuno ha visto nell’iniziativa un insperato assist alla Raggi. 

La quale peraltro ha messo subito i piedi nel piatto facendo intendere che non vuol certo farsi condizionare dal ministro e sparando subito un fabbisogno di 2,8 miliardi per la capitale e le necessità di almeno 8.000 assunzioni fra vigili e comunales. 

Eppure a questo tavolo nonostante la dichiarata ostilità verso i sindacati del presidente del consiglio in pectore Giggino Di Maio, i sindacati ci saranno. Anzi per questo incontro sta già lavorando con delle proposte la Cgil come ci ha spiegato il suo segretario di Roma e del Lazio Michele Azzola.

Allora Azzola il gran giorno è arrivato, ma non c’è il rischio che questo incontro per quanto ben organizzato e suddiviso per temi, finisca per essere il solito tavolo dei sogni e delle promesse?

R – Il rischio c’è e lo avvertiamo. Per  questo noi della Cgil chiederemo al ministro Calenda di selezionare i temi: rifiuti, trasporti e mobilità,  ripresa industriale e rilancio della vocazione turistica della Capitale. Punti su cui fare progetti mirati con risorse finanziarie certe. 

Va aggiunto un intervento straordinario sulle periferie per evitare che la capitale  finisca in mano a rigurgiti neofascisti. È di ieri la notizia di una scuola che viene chiusa per la presenza di topi, esempio di una situazione esplosiva per questo abbiamo consegnato al ministro un progetto per la riqualificazione edilizia di tutte le scuole della periferia e l’istituzione di spazi comuni laddove vediamo insorgere i rigurgiti reazionari e razzisti preoccupanti.

La sindaca Raggi, con un certo ritardo, ha risposto a Calenda affermando inizialmente di aver già concordato con i sindacati il progetto “Fabbrica Roma”, di cosa si tratta?

R – Fabbrica Roma in realtà non è un piano di sviluppo, ma un elenco di  priorità su cui è necessario agire, ma queste caselle sono ancora tutte da riempire individuando anche le risorse finanziarie disponibili. Quindi Fabbrica Roma è solo una ipotesi di lavoro fra amministrazione , forze sociali, una specie di protocollo di intesa per individuare le priorità note ormai a tutti.

Allora c’è davvero una svolta nei rapporti fra la Raggi, i 5stelle e i sindacati? 

R – È un rapporto ancora non consolidato, su alcuni temi c’è un confronto vero, ma su altri non è mai partito perché fra i 5stelle e parte della Giunta  molti non vogliono sentire parlare di concertazione con i sindacati. 

In vista dell’incontro con Calenda la sindaca ha subito sparato sulla necessità di 2,8 miliardi per risistemare la città facendo intendere che la “questione romana” è solo faccenda di soldi. 

R – Se il comune immagina di andare al tavolo per chiedere più soldi e chiudersi nelle stanze decidendo cosa farne, non saremmo nemmeno disponibili noi all’incontro. Infatti uno dei problemi che porremo sarà proprio quello di una governance tra le istituzioni che controlli l’avanzamento e le verifiche sugli investimenti necessari. 

Intanto vediamo progetti e priorità e le risorse da mettere in campo. Anche perché se immaginiamo ad esempio il recupero delle periferie si tratta di interventi che non si svilupperanno in un’unica finanziaria ma nell’arco almeno di un decennio. 

L’ex assessore alle partecipate Colomban, appena sostituito da de Gennaro oltre a risultare perplesso sulle capacità amministrative di questa maggioranza grillina, dice anche di non aver mai escluso l’ingresso dei privati in Atac e Ama. Non solo punta il dito anche sui livelli di produttività dell’amministrazione e delle municipalizzate. 

R – In realtà noi abbiamo l’esigenza i recuperare la produttività in tutto il settore pubblico romano, questo non significa dire che i dipendenti lavorano poco, ma che le persone debbano venir messe in condizione di lavorare meglio. 

Le faccio un esempio. La pulizia delle strade a Roma si fa con un meccanismo che non è più adottato da nessuno. Si mandano diversi operatori, due con le scope, uno che tiene una pompa a spruzzo e uno con la spazzatrice. Altrove si fa la pulizia chiudendo le strade e vietando per un certo periodo il parcheggio così facendo  la spazzatrice che fa chilometri di lavoro. 

Allora  è un problema di organizzazione che aumenta la produttività. Si tratta di piani industriali veri che in Ama e Atac non si fanno da vent’anni. 

Ma il nostro sindacato della funzione pubblica e la sindaca guardano anche ad un altro problema reale. Veniamo da 10 anni  di tagli lineari che hanno bloccato le assunzioni in maniera indiscriminata decidendo che di quelli che vanno via ne assumo solo il 10%. Questo ha di fatto depauperato alcuni servizi fondamentali con pochi vigili o giardinieri ad esempio, di qui la contraddizione fra esigenze di organico e produttività.

In sostanza lei dice che veri piani industriali non sono mai stati proposti.

R – Assolutamente.

Eppure se ben ricordo da Basile, all’epoca di Alemmano, in poi di piani industriali per Atac ne sono stati proposti almeno quattro. 

R – I cimiteri sono pieni di piani industriali e il più recente per Ama potrebbe fare la stessa fine. Infatti non è realizzabile perché anche se condividiamo  la filosofia dei ‘rifiuti zero’, per arrivarci bisogna avere tanti impianti creando una economia dei rifiuti, altrimenti si rimane nell’ideologia. 

Le faccio un altro esempio. Per l’umido l’amministrazione punta su impianti anaerobici che producono terriccio rinunciando alla produzione di gas che deriverebbe invece da impianti aerobici. Questa scelta determinerà impianti perennemente in perdita.

Se poi si parla  di  aumento della raccolta differenziata  bisogna cominciare a pensare cosa ne facciamo. Perché queste tonnellate di differenziata bisogna pure smaltirle  e se a valle, come avviene in tutto il Nord, non c’è una industria che utilizza quei prodotti noi saremmo sempre costretti a smaltire i rifiuti portandoli in giro per l’Italia . 

Manca la circolarità del processo per cui il rifiuto viene raccolto, trattato e smaltito sul territorio.  Illuminante è l’esempio di Maccarese, unico impianto che produce tonnellate di compost, terriccio, che non si riesce a mettere sul mercato perché non c’è a valle una industria che lo utilizzi, così rischia di venir interrato da qualche parte.

Passiamo ad Atac, c’è ormai il concordato, ma esiste il piano industriale che dovrà venir presentato al giudice?

R – E’ in fase di elaborazione e noi inizieremo il confronto nelle prossime settimane per quanto attiene le ricadute sul lavoro perché l’aspetto finanziario non è di nostra competenza anche se al giudice dovrà venir presentato un piano che consenta di recuperale il debito accumulato. Impresa ardua.

Però anche per Atac i precedenti amministratori, e non solo,  hanno denunciato i bassi livelli di produttività.

R – Il dato può essere reale, ma se oggi per assurdo chiedessimo di far lavorare anche tre ore in più i dipendenti non risolveremmo il problema di quei lavoratori chiusi nei depositi perché non ci sono gli autobus per poter uscire. Quindi il problema è: riusciamo a trovare i soldi per comprare i bus nuovi? La produttività si può anche recuperare, ma ci piacerebbe conoscere perché l’accordo  che nel 2015 avevamo  fatto con quel bravo ex dirigente  che si chiama Francesco Micheli e che prevedeva un forte recupero di produttività, è stato realizzato solo al 30%.

Ce lo spieghi lei il perché.

R – Perché l’azienda o pezzi di azienda non lo hanno voluto applicare 

Forse a causa della frammentazione delle sigle sindacali che lo ha impedito.

R – Non si è applicato perché dentro Atac ci sono cordate di compagni di merende trasversali fra  dirigenti e pezzi del mondo sindacale con una combriccola che si da da fare perché nulla cambi avendoci guadagnato un po tutti da questo stato di cose. Forse per sbaraccare questa situazione potrebbe dare una mano il concordato e il relativo piano industriale, ma soprattutto l’allontanamento di quei dirigenti (alcuni al loro posto da 30 anni) che sono responsabili di questa situazione fallimentare.  

Passiamo oltre e veniamo alla fuga delle aziende da Roma. Le cronache al di la di Sky Ericsson e Mediaset parlano di 70mila posti di lavoro a rischio in tutta l’area metropolitana.

R – È sicuramente un dato che spaventa, ma ci arriveremo se non invertiamo il trend perché l’area metropolitana non è più in grado di trattenere e attrarre le aziende. Fra i temi che proporremo a Calenda c’è quello della re-industrializzazione del territorio romano  individuando alcune aree sulle quali fare progetti per filiere produttive legate al territorio come il farmaceutico e l’ information technology. 

Questo vuol dire mettere insieme le grandi aziende dei vari settori, le parti sociali e le istituzioni  per analizzare gli elementi competitivi del territorio e i vantaggi che esistono per restare o venire ad investire. Oggi a livello regionale ci sono diversi bandi dietro ai quali non c’è un progetto complessivo, ma una distribuzione a pioggia delle risorse.

Quali sono i settori che potrebbero creare questi 70mila disoccupati?   

R – Oltre alle grandi aziende decine piccole e medie imprese in difficoltà di cui abbiamo l’elenco e anche dall’artigianato e dal piccolo commercio. 

Per concludere, dovrà essere Calenda ad organizzare ed individuare i percorsi di rilancio?

R – Noi a Calenda riconosciamo il coraggio di convocare un tavolo istituzionale in un momento di campagna elettorale.  La politica potrebbe accarezzare l’idea di “muoia la Raggi con tutti i filistei” per cambiare poi gli schieramenti politici.

Per questo occorre che il ministro indichi una governance di lungo periodo,  in modo che nessuno si metta in mente di realizzare un progetto di tali dimensioni solo per avere un vantaggio politico.  Compito delle istituzioni è quello di lavorare per tutti i cittadini e non per una parte politica. Quindi il ministro deve indicare chi guiderà la danza e individuare poche tematiche che caratterizzino un vero  rilancio della città. 

Senza dimenticare l’enorme debito che ha affossato la Capitale e fatto crollare gli investimenti. 

Di periferie e riqualificazione urbana abbiamo detto, ma riportare a Roma i settori avanzati significa produrre sul territorio, sviluppare la ricerca con il concorso delle Università. 

Il tutto è certo legato certo agli investimenti pubblici negli anni, ma anche i privati debbono investire se le istituzioni garantiranno loro dei vantaggi . Altrimenti  Roma resterà nella palude destinata alla decadenza.

Giuliano Longo

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