As Roma, De Sanctis a Buffon: «Ti insegno io come si vince»

Il portiere giallorosso dice la sua sul match con la Juventus, sulle tante vittorie in Italia ma non all'estero e chiama in causa il collega bianconero

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As Roma, Morgan De Sanctis in campo

Juve-Roma non è ancora finita, anzi la partita della stagione è cominciata da poco. Dopo le tante polemiche seguite al ko dei giallorossi in quel di Torino, con l’arbitraggio di Rocchi finito sotto accusa (Nicchi però lo ha assolto), la Roma pensa sì al Chievo, ma Morgan De Santis in una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport è tornato a parlare ancora del match con i bianconeri.

QUESTIONE DI PSICOLOGIA – «La sudditanza psicologica esiste» dice il portiere dell’As Roma Morgan De Sanctis, che quella partita di Torino non l’ha giocata per infortunio. «Sono favorevole all’introduzione della moviola in campo – dice il numero uno al quotidiano sportivo -, ma con le dovute limitazioni. Il ruolo dell’arbitro è il più difficile».

Insomma c’è una sorta di potere e strategia, per cui se l’arbitro è incerto secondo De Sanctis pressarlo con 4 o 5 giocatori non lo aiuta ad essere obiettivo. Ma di una cosa è sicuro: «Lo scudetto va alla squadra più forte e a Torino ci siamo dimostrati migliori».

SULLA JUVENTUS – «Occorre fare una valutazione generale: tutto quello che la Juve ha vinto nel calcio italiano non è proporzionale a quello che ha vinto all’estero. Ed è un qualcosa che fa riflettere – si legge ancora – . La Supercoppa persa nel 2012 quando ero al Napoli? È l’amarezza più grande della carriera. Anche quella una pagina non bella del calcio italiano».

A BUFFON – E in una serie di giorni in cui uno ha risposto all’altro, De Sanctis manda un messaggio a Buffon, che a sua volta aveva attaccato Totti. «I giocatori della Juve sbagliano a sentirsi perseguitati. Io a Gigi Buffon posso insegnare come si perde; un giorno però spero di potergli insegnare anche come si vince».

E poi conclude: «Come dicono a Torino? “Vincere non è importante: è l’unica cosa che con­ta”. Ma dovrebbero aggiungere: “E non ci interessa tan­to come”. Voglio dire che do­vrebbero ammettere di essere stati fortunati e non trincerarsi dietro la tesi dell’accerchiamento».

 

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