L’INFN destina ad altri usi i soldi delle stabilizzazioni e manda a casa i lavoratori

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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO un comunicato stampa a firma dei “Ricercatori Precari Uniti INFN”

La legge Madia darebbe all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, eccellenza della ricerca pubblica italiana, la possibilità di sanare definitivamente il precariato storico e riconoscere agli scienziati che hanno contribuito ai suoi brillanti risultati il diritto alla stabilizzazione.

Ma l’Ente sceglie di ignorare leggi dello Stato e sentenze dei tribunali, escludendo arbitrariamente dalle procedure di stabilizzazione una parte consistente degli aventi diritto: discriminando così i suoi lavoratori e destinando ad altri usi i fondi vincolati alle stabilizzazioni.

Il lato oscuro della Ricerca Italiana in Fisica Nucleare

Nell’arco degli ultimi anni l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) è balzato più volte agli onori della cronaca per gli straordinari risultati scientifici raggiunti. Tanto per citarne un paio, è del 2012 la scoperta del bosone di Higgs e del 2016 quella delle onde gravitazionali, ambedue premiate col Nobel. L’INFN ha indiscutibilmente dimostrato, e continua a dimostrare, di essere l’Ente di punta della ricerca pubblica italiana, degno erede della grande tradizione di Fisica del nostro Paese.

Questa capacità di ottenere grandi risultati appare tanto più straordinaria se viene rapportata al budget in dotazione, certamente non esaltante e di molto inferiore a quello di altri Istituti europei con cui l’INFN è in competizione.

Come è possibile tutto ciò? Com’è possibile che a parità di finanziamento gli scienziati italiani rendano molto di più in termini di produzione e risultati scientifici? E’ semplicemente una questione di grande scuola e di talento? O c’è dell’altro?

La triste verità è che l’INFN, a fronte della diminuzione dei fondi di Finanziamento Ordinari (FOE), blocchi assunzionali e vincoli di varia natura, ha risposto con un uso sempre più spinto (che qualcuno potrebbe definire abuso) non solo dei contratti a tempo determinato ma anche dei contratti di collaborazione a progetto, normalmente definiti Assegni di Ricerca. Gli Assegni di Ricerca sono contratti di lavoro flessibile, con la particolarità di essere esenti IRPEF, di aver scarsi contributi previdenziali e di avere un importo minimo di molto inferiore, anche del 20-30%, rispetto a quello di un contratto di lavoro subordinato. Senza parlare del fatto per l’Assegnista non esistono né tredicesima né assegni familiari et similia. In pratica, costando meno della metà di un contratto di lavoro a tempo determinato, è lavoro nero di Stato. A differenza dei colleghi di tutti gli altri paesi del mondo, in Italia ricercatori giovani e (ormai) meno giovani “collaborano” per svariati anni (spesso anche più di un decennio) con contratti flessibili.

Qualche numero? Su un totale di circa 2000 dipendenti, l’INFN conta circa 800 fra ricercatori e tecnologi di cui circa 250 a tempo determinato. Bisogna poi aggiungere 331 Assegni di Ricerca (di cui 288 erogati direttamente dall’I.N.F.N. e 43 cofinanziati con le Università): ebbene sì, il 51% dei ricercatori e tecnologi INFN sono precari e il 30% sono Assegnisti di Ricerca (Dati 2016). E questo senza contare le molte posizioni da ricercatore a tempo determinato RtdA che l’INFN cofinanzia nelle Università.

Una stortura del sistema ricerca profondamente radicata nel nostro Paese, sia negli Enti di Ricerca appunto, che nelle Università. Il precario storico, cronico, sfruttato, sottopagato, vessato e ricattabile è uno dei mali del nostro tempo. Tanto più frustrante quanto più si mette in relazione questa condizione con il livello di istruzione, l’incredibile professionalità e la dedizione richiesta per fare questo mestiere.

Un paio di anni fa, tuttavia, il legislatore ha cercato di risolvere, almeno in parte, il problema del precariato storico: la legge 75/2017 (nota come legge Madia) prevede la stabilizzazione per quanti abbiano maturato almeno tre anni di anzianità nella pubblica amministrazione e, per la prima volta, riconosce esplicitamente la validità, ai fini del computo dell’anzianità, dei contratti flessibili. Un grande passo avanti nel sanare una situazione distorta ed ormai intollerabile.

La dirigenza INFN tuttavia, pur avendo avviato la procedura di stabilizzazione nel 2017 ha deciso, scientemente ed irragionevolmente, di ignorare la novità principale introdotta dalla legge Madia, ossia l’equiparazione del servizio reso con gli Assegni di Ricerca a quello dei contratti a tempo determinato. Questa strategia discriminatoria era stata concordata dalla Consulta dei Presidenti degli Enti Pubblici di Ricerca (COPER), ma rapidamente abbandonata da tutti gli altri Enti.

Così, a luglio 2018, il Consiglio Direttivo di INFN, dando la propria personale interpretazione della legge Madia e delle circolari esplicative del Ministro, delibera l’assunzione di 76 fra tecnologi e ricercatori rigettando le domande di altri 56 colleghi. Gli esclusi non ci stanno e partono i ricorsi al TAR.

Negli ultimi due mesi il TAR si è già pronunciato a favore di alcuni degli esclusi e molte altre cause sono in corso. Ma nulla sembra scalfire la granitica sicurezza della Dirigenza INFN che rimane nella propria posizione di chiusura totale non solo alle legittime richieste dei lavoratori, che vogliono solo riconosciuto un diritto sancito dalla Legge, ma persino di fronte alle sentenze emesse dai giudici e al volere del MIUR che a luglio del 2018 ha vincolato ulteriori 15.7 milioni di euro del Fondo di Finanziamento Ordinario dell’INFN alle stabilizzazioni.

Per de-precarizzare i circa 56 esclusi dal processo di stabilizzazione, la maggior parte dei quali, è bene ricordarlo, continua tuttora a lavorare per l’Ente, l’INFN dovrebbe spendere meno del 18% della cifra vincolata dal MIUR: risulta davvero incomprensibile quindi, come mai, a fronte della volontà politica, dei fondi vincolati, dell’oggettiva ingiustizia operata, delle sentenze del TAR che ne condannano l’operato, l’Ente continui a rifiutare di ridare dignità ai propri ricercatori e tecnologi e si ostini a rimandare il tutto alle decisioni dei giudici dei tribunali. Decisioni che non tarderanno ad arrivare e che molto probabilmente decreteranno un ulteriore esborso economico per l’Ente stesso.

Ma non basta: tutti gli enti Pubblici di Ricerca, eccenzion fatta, manco a dirlo, per l’INFN, oltre ad interpretare ed applicare correttamente la legge Madia per la parte relativa alla stabilizzazione dei precari storici, hanno sfruttato un altro comma della stessa legge che prevede la possibilità di bandire concorsi riservati per chi, ultimo fra gli ultimi, in tanti anni di carriera non ha mai avuto la fortuna di avere almeno qualche periodo contrattuale formalizzato con un contratto di lavoro subordinato. Parliamo di decine e decine di ricercatori che dopo il conseguimento di Laura e Dottorato di Ricerca, hanno usufruito solo di Assegni, Borse, in qualche caso co.co.co, magari rimpallati tra Università ed Enti per aggirare vincoli e norme che pure negli anni hanno goffamente tentano di regolare la giungla della ricerca in Italia. Ebbene, con i 15.7 milioni di euro vincolati, l’Ente avrebbe la possibilità di bandire un numero di posizioni pari a circa il doppio degli aventi diritto. Decide invece, contro la volontà del legislatore, di ignorare il vincolo e destinare i fondi ad altri usi.

Ridurre tuttavia tutta questa vicenda ad un mero discorso economico è svilente sia per l’INFN che per i lavoratori stessi: dietro questi numeri (ridicoli, per un Ente dell’importanza e del prestigio del nostro) ci sono persone, madri, padri, famiglie. Ci sono professionisti appassionati, spesso con titoli e ruoli di responsabilità ben al di sopra del loro inquadramento contrattuale, ricercatori che tipicamente solo all’estero trovano il giusto riconoscimento economico e professionale. Ma che vogliono rimanere in Italia, nel Nostro Paese, nel Nostro Ente. E per questo sono condannati ad essere Precari Storici.

Almeno fino ad oggi. Perché non c’è mai limite al peggio. E infatti, da qualche mese, l’INFN ha adottato la politica di non rinnovare più i contratti dei propri tempi determinati oltre il trentacinquesimo mese di anzianità, proprio per non incorrere in ulteriori stabilizzazioni. I precari Storici, quindi, sono una specie in via di estinzione. Da oggi in poi, signore e signori, avremo i Precari Usa-e-Getta: in una moderna ottica di riciclo e riuso, dopo aver formato (per almeno un paio di decenni) giovani, brillanti Fisici alla nostra illustre scuola, per non correre il rischio di doverli assumere (non sia mai!) li butteremo fuori giusto in tempo, poco prima che possano vantare un’esperienza di lavoro di 36 mesi. E con loro butteremo conoscenza, competenza e saperi. Per poi prenderne di nuovi, formarli e poi defenestrarli, magari regalandoli agli altri Paesi. E così via.

Benvenuti nel mondo dell’Eccellenza della Ricerca Italiana in Fisica Nucleare.

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