Rai e Mediaset senza Auditel, servirebbe una riflessione su qualità e quantità

E al popolo, che cambia? Poco: per un po’ dovremo sopire tutti i dubbi e le ipotesi, basate sui benedetti dati, sul futuro delle trasmissioni che ci tolgono il sonno

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Auditel

“Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione, o più precisamente non può esistere a lungo fino a quando il potere della televisione non sarà pienamente scoperto”. Karl R. Popper.

È una sensazione strana alzarsi di sabato mattina e non averli a disposizione. Non parlo nè del caffè nè del cornetto, peggio,  parlo dei dati Auditel. Ogni settimana fare il bilancio degli ascolti delle varie trasmissioni è come una droga: quanto avrà fatto Carlo Conti? Ha prevalso la D’Urso o la Parodi? La fuga di notizie sui nominativi di gran parte delle famiglie campione delle rilevazioni ha provocato la sospensione del servizio offerto dalla Nielsen per quindici giorni. Insomma, il famoso Auditel, croce e delizia degli addetti ai lavori della tv dal 1986, non solo ci lascia a bocca asciutta per due settimane, ma sta provocando una riflessione profonda sulla dittatura degli ascolti e sulla tv in generale.

E inevitabilmente, la tv si parla addosso: sui social, in particolare su Twitter, c’è un gran fermento e dai Tg a Gazebo l’accenno alla questione è inevitabile. Puntata dedicata dalla  Gruber a Otto e mezzo, dove l’argomento è stato dibattuto da Beppe Severgnini, Corrado Augias e Pino Corrias. Risultato? Le solite osservazioni banali sulla quantità che va a discapito della qualità. Non vorrei citare Karl Popper e farvi andare subito il croissant per traverso, ma il punto essenziale lo aveva già individuato il filosofo decenni fa: il pubblico segue ciò che viene proposto, non ha l’esigenza del sensazionalismo.

Semmai il problema è che chi fa la tv dovrebbe avere una specie di patente che ne garantisca le capacità di elaborare prodotti non scadenti. La riflessione di Popper verteva soprattutto sulle finalità pedagogiche della tv quindi sugli effetti sui bambini, ma questa sarebbe una buona occasione per affrontare in modo deciso il problema della qualità dei programmi. Invece, soprattutto per Mediaset, che naturalmente vive di pubblicità, la mancata diffusione dei dati Auditel rappresenta tout court “un vuoto grave per il mercato e soprattutto per gli investitori pubblicitari”; anche se in realtà le emittenti vengono comunque a conoscenza dei dati sugli ascolti, soltanto che non possono diffonderli. Quindi, chi deve sapere, sa. Sono in pochi a potersi permettere distacco e ironia sul tema; tra questi Carlo Conti, che ci starebbe anche sei mesi, senza Auditel. Certo, fino a Sanremo, penso io.

E al popolo, che cambia? Poco: per un po’ dovremo sopire tutti i dubbi e le ipotesi, basate sui benedetti dati Auditel, sul futuro delle trasmissioni che ci tolgono il sonno. Del tipo: veramente la D’Urso andrà a sostituire la Marcuzzi sempre più nuda e sempre meno interessante al GF? E tra le aspiranti al trono mattutino della Clerici, chi ha più chance? Anche se flop e tonfi seriali senza opportuna defenestrazione di molti personaggi sono la conferma che in Rai le logiche sono altre, soprattutto per il day time, quando di pubblicità se ne vende ben poca. In attesa che menti illuminate e vocate alla materia degli ascolti – ovvero Tv Talk in onda oggi su RaiTre alle 15 e in particolare la specialista Silvia Motta – ci diano delucidazioni più scientifiche sul tema, la definizione di Giancarlo Leone sulla situazione attuale degli ascolti in un tweet di due giorni fa, mi sembra quella più calzante: un assordante silenzio.

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